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STRATEGIE
L’Alta Moda è la linfa vitale della creatività

MODAONLINE - "Le nostre Maison dipendono da pochi clienti fissi (si parla di 5/10 in realtà) che, con i loro acquisti, ci consentono di pagare gli stipendi del nostro personale. Se se ne perde uno si rischia di saltare e spesso di chiudere per sempre atelier che vantano storie che hanno contribuito a far grande il nostro Paese". Un rischio a cui è folle esporsi e contro il quale l'intero sistema moda italiano ha il dovere di scendere in campo. Perché quel sistema che oggi è in grado di operare in tutto il mondo non esisterebbe se chi sfila ancora a Roma, facendo immensi sforzi, non gli avesse aperto la strada tra gli Anni Cinquanta e gli Anni Settanta. E se le parole dei Couturier possono sembrare una sorta di difesa della loro nicchia non si può certo dire altrettanto di quelle della "new generation" che ben conosce le regole del Pret-a-porter ma che sostiene fermamente che senza la sperimentazione e la libertà creativa della Demi o della Haute Coture non potrebbe esistere le collezioni di Pret-a-Porter. "Il nostro lavoro - spiega Diego Dolcini, couturier delle calzature - deve essere guidato da una sorta di incoscienza che deriva dalla possibilità di utilizzare una creatività libera da vincoli. Sperimentare fa parte del nostro lavoro e poter realizzare qualcosa di super esclusivo non significa essere staccati dalla realtà". Parole a cui fanno eco quelle di Tommaso Aquilano, che insieme a Roberto Rimondi disegna la linea che porta il loro nome e compone il dio creativo alla guida stilistica della Gianfranco Ferré che dichiara: "Roberto ed io siamo stati tra i precursori della Demi Couture. Crediamo che oggi, ancor più che qualche anno fa, sia indispensabile reinterpretare il Made in Italy puntando su di esso. Roma rappresenta il fulcro storico di ciò che è l'Italia. E senza artigianalità non si va da nessuna parte. Siamo l'unico paese al mondo ove è possibile realizzare, grazie ad una struttura produttiva molto articolata, tutto ciò che si desidera. Il punto di forza del Made in Italy è quello di poter partire dal filato e dal tessuto per arrivare al capo finito e non dobbiamo permettere che venga a mancare nessun anello di questa catena. Chi lavora a un certo livello deve saper mettere a frutto le esperienze del passato per poi reinterpretarlo in chiave attuale, che se da un lato vuol dire trovare la strada per produrre a livello industriale dall'altro significa anche mantenere vive certe capacità artigiane senza le quali tutto diventerebbe assolutamente piatto". Sulla stessa linea è anche Gabriele Colangelo che ha accolto con entusiasmo l'invito di Silvia Venturini Fendi a partecipare al progetto Limited-Unlimited e che spiega: "Trovo molto interessante questa rivisitazione dell'Alta Moda da parte di un gruppo di giovani come noi abituata a confrontarsi con il mercato. Credo sia un nostro dovere cercare di tenere alta la cifra distintiva del know-how del nostro paese. Io ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia di artigiani della pellicceria e quindi, sin da bambino, ho respirato la vera aria del saper fare italiano. La moda e nello specifico l'Alta Moda devono essere laboratori di sperimentazione per chi fa della creatività la sua ragione di vita ed il suo lavoro. Per differenziarsi oggi bisogna proporre qualcosa di nuovo e di non copiabile e solo la capacità artigiana permette di fare ciò". Una serie di considerazioni che devono far riflettere e che, forse, dovrebbero anche far riflettere chi non si sbilancia senza, forse, ricordare, che qualche decennio fa senza le micro aziende, capaci di trasporre in realtà le idee creative, forse oggi non sarebbero dove sono. E che deve anche far riflettere l'intero sistema sul fatto che il lavoro di sarte e premiere sta alla base anche del sistema industriale. O quanto meno sta in testa ad esso se si desidera che nel futuro l'Italia e il Made in Italy continuino ad essere ricercati in quanto specchio di qualcosa di unico e di inimitabile.

Cristina Mello-Grand

lunedì 12 luglio 2010