Il cauto ottimismo del Club degli Orafi. "Siamo sulla strada giusta, la ripresa ci sarà"
"Il momento economico nel quale ci troviamo non è dei più semplici - dichiara Augusto Ungarelli, Presidente del Club degli orafi Italia -. L'instabilità politica e le austerità annunciate dal governo non sono certo prospettive rosee per il settore della gioielleria, ma paiono essere indispensabili per superare questo momento. E' necessario quindi comprendere quello che sta succedendo per affrontare al meglio le sfide che ci riserva il 2012". E' con queste parole che il numero uno del Club, ovvero l'associazione indipendente che riunisce le principali aziende dell'industria del gioiello in Italia, apre i lavori della conferenza '2012: la rivincita del gioiello?', tenutasi il 31 gennaio 2012 a Milano. L'atmosfera è di cauto ottimismo e gli scenari del mercato, illustrati dagli esperti, paiono ben delineati. Il vademecum per gli addetti del settore parla chiaro: puntare sull'altissimo di gamma, rivolgersi ai mercati esteri lontani e attualizzare la tradizione artigianale. Ciò che allarma maggiormente è il fatto che questo piano d'evacuazione, tutto rivolto a 'sgomberare' il mercato interno, è l'unico attuabile anche dalle imprese piccole o piccolissime, ovvero la maggioranza del tessuto imprenditoriale orafo made in Italy. "Queste realtà più deboli sono destinate a fare più fatica - continua a questo proposito Augusto Ungarelli -. E' giunto quindi il momento di abbandonare ogni atteggiamento individualistico e campanilistico e valorizzare il lavorare assieme. E' fondamentale creare alleanze strategiche e reti d'impresa che consentano di mantenere la propria identità aziendale, facendo allo stesso tempo massa critica". Questi i presupposti, ma quali sono gli scenari 'prêt-à-porter' del comparto della gioielleria per il 2012? Ad affrontare il tema due specialisti del servizio studi e ricerche Intesa Sanpaolo, il dott. Paolo Guida e la dott.ssa Stefania Trenti. Il primo ha analizzato il contesto economico attuale italiano, europeo e mondiale, gettando le basi per sviluppare piani d'azione funzionali. Rispetto al 2006, anno universalmente considerato pre-crisi, l'economia mondiale sta rallentando. I segnali diffusi di debolezza della crescita, più marcati in Europa, mostrano una importante eccezione 'a stelle e strisce'. Gli USA infatti, in controcorrente rispetto al resto del mondo, hanno ritardato al 2013 le manovre di correzione del debito pubblico e quindi, attuando politiche fiscali non restrittive, non palesano crolli sul piano della domanda. Anche le economie emergenti, prima tra tutte la Cina, si allineano al trend globale di decelerazione e, dopo anni di strabilianti tassi di sviluppo, rallentano. I governi del mondo si sono messi quindi al lavoro, nel corso del 2011, per varare manovre correttive alle politiche monetarie e fiscali. Casi emblematici sono il Giappone e l'Europa che, a fronte di una uguale stabilità monetaria, hanno attuato una politica fiscale opposta: drasticamente restrittiva (limitando la spesa pubblica), il Giappone, espansiva (aumentando la pressione fiscale per contenere il disavanzo), l'Europa. Cina, USA, Brasile, Gran Bretagna invece agiscono su entrambi i fronti e mettono mano anche alla politica monetaria in senso restrittivo, per calmierare i prezzi e ridurre l'inflazione. Punto interessante riguarda l'Eurozona e in particolare le variopinte strategie, in quanto prevale la logica dell''ognun per sé', di gestione della crisi. Nel 2012 sono state annunciate manovre che "indirizzano le economie europee verso una strada giusta - dichiara Paolo Guida, del servizio studi e ricerche Intesa Sanpaolo -. Occorre in questo momento interrompere il circolo vizioso che limita la ripresa economica". A fronte di un regime di austerità fiscale condiviso in tutta Europa, sopraggiunge ora una seconda fase, nella quale occorre sostenere la crescita economica per supportare la ripresa. Come? Limitando ulteriori correzioni ai conti pubblici e il derivante impatto sociale, promuovendo invece la crescita occupazionale dei giovani (che, a parità di disponibilità economica, acquistano notoriamente di più) e sostenendo le piccole e medie imprese. Fermi restando questi due capisaldi (austerità e ripresa) è necessario porre per l'avvenire dei vincoli di bilancio per i governi del Vecchio Continente. Tale accordo, in attesa delle firme dei 12 leader europei, tutti tranne Gran Bretagna e Repubblica Ceca, prevede nella zona euro non più solo un'unione economica, ma anche fiscale. A fronte di ciò, la ripresa economica si preannuncia comunque più lenta per l'Italia, principalmente a causa dello 'storico' stock di debito pubblico che a priori grava sulle spalle del nostro Paese. Che fare, quindi? Lottare contro la vulnerabilità acquisita e evitare i rischi incombenti, come ulteriori tagli al rating da parte delle agenzie, che avrebbero un impatto negativo sul clima di fiducia ed eroderebbero la base di investimento, e il default non programmato di alcuni Stati, scongiurabile grazie alle intese con i privati. Oltre a questi possibili effetti diretti, critiche appaiono le traiettorie indirette, come un aumento del costo del debito, che si tradurrebbe nella restrizione delle condizioni di credito per famiglie ed imprese, un impatto negativo sulla fiducia degli operatori economici e un effetto incertezza che limiterebbe i consumi durevoli, procrastinandoli. "Le azioni intraprese dal nostro governo fanno ben sperare - conclude Guida -. La ripresa ci sarà a partire dalla seconda parte del 2012 e nel 2013". Questo il contesto economico macro. La Dott. Trenti, dell'ufficio industry & banking Intesa Sanpaolo, con "cauto ottimismo", introduce invece al dettaglio relativo al comparto economico della gioielleria. "In questa situazione di forte criticità e turbolenza occorre valutare con attenzione i dati, per non incappare in un eccessivo ottimismo - dichiara". Il 2011 si è chiuso (novembre) con un +3,6% del fatturato a prezzi correnti, incoraggiato da un primo semestre in forte crescita, come 'rimbalzo' al terribile 2010. Dato positivo se non si considerasse l'aumento del +8,3% dei prezzi alla produzione, che fa scendere in rosso il dato iniziale. Il fatturato a prezzi costanti, quindi quello deflazionato, segna in conclusione un -4,3%. Calo del giro d'affari reale, quindi. Ciò che compensa la crisi della domanda interna di gioielli, congelata a causa della ridistribuzione delle possibilità spesa da parte delle famiglie italiane, che quindi optano per il risparmio anzichè il consumo, è l'export. Le esportazioni totali del settore orafo registrano un incremento del 12,8% nell'anno appena concluso, con una tendenza a favorire la fascia più alta della gamma. Il gradimento 'straniero' dei prodotti made in Italy è guidato dalla Svizzera, che funge da "polo logistico" per altre destinazioni finali, seguito dalla Cina, che si sta affrancando dall'intermediazione logistica di Hong Kong, Germania e Turchia. Da notare il caso degli Emirati Arabi, che dimostrano una sostanziale stabilità rispetto al fortissimo import 2010. A causa delle vicende di natura geopolitica rallentano fortemente le esportazioni verso Libia e Tunisia, due destinazioni 'comode' per l'Italia. Emerge chiaramente da questo profilo che le imprese italiane devono scoccare le loro frecce verso destinazioni lontane, molto lontane. Secondo un'analisi fatta da Prometeia, una Associazione che elabora previsioni sull'economia italiana ed internazionale, i gioiellieri devono infatti essere a disposti a spostarsi di ben 4100 km dall'Italia per avere sbocchi interessanti (a differenza dei 'soli' 3000 delle aziende che si occupano di moda). A trainare la produzione di gioielli il distretto di Arezzo che però, lavorando principalmente con gli Emirati Arabi, risente del rallentamento nell'import di questi ultimi nell'ultimo anno. Sempre sul podio, Vicenza, al secondo posto, e i distretti di Milano e Valenza, parimerito dal punto di vista del peso percentuale 2010. Quest'ultima area produttiva ha però dimostrato una performance eccezionale nel 2011 che, nel corso dell'anno, ha segnato un aumento delle esportazioni del 70%. Un dato incoraggiante: l'Italia conferma il suo peso preponderante (in termini assoluti) nei mercati mondiali della gioielleria, preceduta 'solo' da India e USA. E' bene ricordare che questo dato è tale poichè i mercati di Cina e Hong Kong sono separati, in quanto assieme batterebbero di gran lunga tutti gli altri competitor. In particolare, il mercato Cinese è il best performer (in termini relativi) del 2010, in quanto ha quasi duplicato la sua quota di preziosi collocati sui mercati mondiali. I problemi principali riscontrati dal Presidente del Club degli Orafi e dagli esperti sono le barriere operazionali derivanti da dazi doganali disomogenei (Cina, India, Brasile), che limitano le esportazioni e avvantaggiano la concorrenza straniera in Italia, e il costo sempre crescente delle materie prime preziose, impennato a causa dell'instabilità economica e dall'impiego dell'oro come "asset tattico" da parte dei governi. Legato al prezzo dell'oro, Paolo Guida, del servizio studi e ricerche Intesa Sanpaolo, prevede un recupero, giustificato dalla crescente liquidità nei mercati (a causa delle manovre della FED e della BCE) e dagli investimenti in oro dei paesi emergenti, che vogliono limitare il rischio volatilità della moneta. Per ciò che riguarda il terzo punto del vademecum per gli imprenditori orafi, ovvero il recupero della tradizione artigianale, Stefano Micelli, docente di e-business e gestione delle reti presso l'Università Ca' Foscari di Venezia, mette in luce alcune considerazioni. Casi recenti dimostrano che sono le medie imprese, e non più solo le piccole/piccolissime, ad essere garanti dell'artigianalità, come accadeva in passato. Ne è un esempio il successo riportato da Bottega Veneta, dopo il suo ingresso nella galassia PPR, che ha focalizzato le campagne mediatiche sulla valorizzazione della tradizione hand made. A ruota, hanno fatto lo stesso altri brand quali Fendi, Hermès, Louis Vuitton, Gucci e molti altri. Occorre di conseguenza ben guardarsi dal considerare fuori luogo le sinergie tra mondo artigianale e le medie/grandi imprese. All'interno della filiera produttiva, queste realtà convivono e collaborano, svolgendo, queste ultime, il ruolo di fornitura delle materie prime, supporto logistico e distributivo per poter mantenere sincronico il ruolo dell'artigianato nel contesto globale nel quale ci troviamo. "Le peculiarità delle due dimensioni produttive, macro e micro, devono collaborare - dichiara Micelli -. Devono far sistema, mettendo disposizione l'una dell'altra le nuove tecnologie, da un lato, e il vecchio savoir faire, dall'altro, al fine di dare alla luce i nuovi professionisti del 2012: i new makers". Questi nuovi professionisti del settore orafo devono essere in grado di allargare i loro orizzonti a nuovi campi, come il design, investire sui nuovi canali multimediali, che permetteranno loro di fare apprezzare anche all'estero le abilità preziose ed eccellenti, e farsi garanti in prima persona dell'autenticità delle loro creazioni. "Oggigiorno infatti - continua il professore -, chi compra lusso cerca un rapporto con il maker stesso, non si accontenta più dell'etichetta del brand". Tutto è cambiato, occorre indossare lenti nuove per poter mettere a fuoco ancora una volta i nuovi orizzonti.