MODAONLINE - Un intervento che ha spiegato la posizione del Gruppo Damiani nel mercato della gioielleria quello di Guido Damiani, presidente e ceo di Damiani, presente al terzo Luxury Summit svoltosi martedì scorso. L'imprenditore ha spiegato il percorso del gruppo dopo l'entrata in Borsa, che lo ha visto protagonista tra gli ultimi prima dei grandi disastri finanziari avvenuti. Tra le motivazioni, una spinta verso l'evoluzione e un'apertura al mercato, tutti obiettivi di lungo periodo che però non devono distrarre: "Tante attività in Borsa rischiano di portare via tempo alla concentrazione da dedicare al prodotto e tutto ciò che orbita intorno - ha dichiarato Guido Damiani - bisogna stare molto attenti a non farsi fagocitare dal mondo finanziario, che è diverso da quello delle imprese". Un cammino per Damiani nell'universo della gioielleria iniziato con il laboratorio del nonno a Valenza, dove avviene la produzione di altri grandi marchi come, ad esempio, Bulgari e Tiffany: per molti nomi anche stranieri infatti, la produzione è tutta italiana, a conferma dell'assoluta eccellenza del Made in Italy. La scelta inoltre, nel tempo, di operare in diversi segmenti del mercato si è rivelata vincente: "Ci siamo differenziati nel tempo con la creazione di vari brand che si rivolgono a consumatori diversi per età, gusti e potere d'acquisto. Questo è molto importante per mantenere l'identità ma permettere al cliente di ritrovarsi, controllando così tutte le fasce di mercato". L'approccio recente ai mercati asiatici ha portato il gruppo Damiani ad avere ora negozi in tutta l'Asia, adeguandosi ad un sistema distributivo che vede vincente la scelta stragica di aprire boutique nei department store e nei mall per aggiungere punti vendita che ora ammontano, nel mondo, a quota 50, e che offrono tutti le stesse collezioni, contando su una clientela giovane, che anche per cultura, è incline a concedersi prodotti di gioielleria. Aggiunge Damiani: "E' per loro una forte usanza quella di godersi il denaro. Forse noi siamo più legati al credo cattolico che condanna l'ostentazione, per questo è una mentalità del tutto diversa". L'idea della fusione per ora è accantonata: "Non è per noi il momento, ma non mi sembra giusto criticare le scelte degli altri - conclude Damiani - siamo ancora molto giovani, se ne potrà parlare più avanti, ma non condivido per forza vendere le aziende per continuare a crescere, è possibile farlo con scelte magari diverse dai grandi player. Non risentiamo della competizione, anche se siamo piccoli, nonostante questo vantiamo 100-300 milioni di euro di fatturato, ma è il vantaggio di posizionarci tra le medie/piccole imprese e poterci così confrontare con pochi brand della nostra categoria merceologica, che rispetto al settore dell'abbigliemento è sicuramente meno affollata".