Il Presidente di Sistema Moda Italia Michele Tronconi si appella alle istituzioni nella lettera aperta inviata ieri al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e per conoscenza ai Ministri per l'Economia e di Interni, Politiche Europee, Esteri, Lavoro e Politiche sociali, Sviluppo Economico. Motivo della missiva, che riportiamo integralmente, la politica comunitaria sugli aiuti al Pakistan e le sue dirette conseguenze sul settore T&A. "Nonostante la strenua contrarietà del Commissario per l'Industria, l'On. Antonio Tajani, che ringraziamo, la Commissione Europea, dopo ampie consultazioni con tutti i Governi UE, ha deciso di proporre ufficialmente una sospensione daziaria a favore del Pakistan, per ben tre anni e su 74 linee tariffarie, quasi tutte riguardanti il Tessile e Abbigliamento - scrive Michele Tronconi, Presidente di Sistema Moda Italia -. Come se non bastasse, la Commissione intende procedere alle modifiche del GSP+ (sistema delle preferenze generalizzate) per consolidare tale riduzione daziaria ed estenderla ad altri Paesi grandi esportatori verso l'Europa, sperando che questi non contestino l'aiuto concesso al Pakistan, giacché in contrasto con la clausola della Nazione più Favorita (GATT - WTO). In questo modo, verrà annullato anche quel poco che ci rimane da scambiare, in termini di concessioni daziarie, per migliorare il nostro accesso ai Paesi terzi, attraverso gli accordi di libero scambio, sia bilaterali, che in sede WTO. Per quanto riguarda le concessioni offerte al Pakistan, capiamo bene l'importanza di un aiuto umanitario a un Paese che sta soffrendo per le gravi calamità subite ma, forse, non si è capito altrettanto bene che il nostro Paese, che rappresenta il 30% di tutta l'industria Tessile e Abbigliamento europea, sarà il pagatore d'ultima istanza della beneficienza comunitaria. Non solo: probabilmente non si è capito che se c'è qualcuno che subirà un danno, ci sarà, invece, chi incasserà lauti guadagni. Le imprese Pakistane del settore, infatti, insistono su di un'area che non coincide con quella danneggiata dalle alluvioni; si tratta di un'industria in piena efficienza, con una dimensione media aziendale, in termini di fatturato, tra 100 e i 200 milioni di €uro, quando in Italia la media del settore è venti volte più piccola. E ancora: all'inizio dell'anno, cioè ben prima delle alluvioni, il Pakistan ha imposto un dazio del 15% sulle proprie esportazioni di filato di cotone, per disincentivare la fornitura di materia prima all'industria Italiana (!). Del resto, tutti i grandi Paesi del mondo si stanno accaparrando le materie prime, mentre manipolano i loro tassi di cambio per rendere appetibili le loro esportazioni. Senza dimenticare la difesa dei loro mercati nazionali, che viene mantenuta, o aumentata surrettiziamente. Il fatto che l'Europa stia facendo il contrario, anziché pretendere un'effettiva reciprocità, sapora di debolezza e di resa. Nonostante i buoni propositi, lascia il sospetto che anche nel Vecchio continente qualcuno ci possa guadagnare, a scapito di tutti gli altri. Giustamente, ci si preoccupa del terrorismo internazionale e si auspica che l'aumento di occupazione, in Pakistan, possa sottrarre braccia disperate alla causa degli incendiari; ma è come se si ritenesse che la disoccupazione che crescerà da noi sia di minor importanza, solo perché fa meno rumore e non lancia bombe. Se vogliamo davvero aiutare quel Paese, perché non finanziamo qualche impresa europea per costruire là delle strade, o altre infrastrutture, reclutando colà gran parte della manodopera necessaria? Possiamo ben capire che le strategie geopolitiche siano complesse, ma non comprendiamo perché i risvolti più semplici delle strategie economiche, di cui abbiamo bisogno, debbano essere messi in secondo piano. E' davvero pericoloso imbarcarsi in qualcosa che ci danneggia, in un momento così fragile e incerto della ripresa. A meno che, anche nel nostro Paese, si sia deciso di considerare la nostra industria come un ‘vuoto a perdere'. Altrimenti, perché considerare gli imprenditori del nostro settore, e i tanti lavoratori ancora occupati nel Tessile e Abbigliamento, come dei cittadini di serie B? Perché chiedere, senza il loro consenso, un ulteriore tributo in termini di assenza di prospettive per il futuro? Ci si è domandato quale sarà l'impatto sull'occupazione, sugli ammortizzatori sociali, o sul sistema creditizio; quante imprese getteranno la spugna, alimentando ancor di più il circolo vizioso di mancati pagamenti, che metteranno in difficoltà anche le aziende ricapitalizzate, che vogliono andare avanti, per godere dell'ottima reputazione che ancora corona il made in Italy nel mondo? Signor Presidente, Lei lo sa bene: siccome la nostra industria è ancora annoverata tra quelle leader a livello mondiale, è del tutto ovvio che la si voglia battere (o meglio, abbattere). Perché assecondare la pratica dell'autogol? Perché guardare da un'altra parte, come se la nostra economia potesse riprendersi facendo, d'improvviso, tutt'altro rispetto a quello per cui è da sempre apprezzata? E' giusto partecipare al buon cuore dell'Europa, ma evitare il masochismo è una questione di orgoglio nazionale, e non solo settoriale. Signor Presidente, ci rivolgiamo pubblicamente a Lei e ai Suoi Ministri, fiduciosi che le nostre motivazioni vengano comprese, perché anche noi, come Voi, abbiamo a cuore un obiettivo che trascende i singoli vantaggi: l'interesse reale del nostro Paese".